LA PALLA IN MANO, MA COME NON LA VEDI?
All’inizio dello scorso inverno mi sono imbattuto nel corso che volevo fare da anni: il Tai Chi. Disciplina millenaria dell’estremo oriente, definita spesso “equilibrio dinamico” o pratica biodolce, il Tai Chi si distingue per sequenze lente, continue e coordinate, unite al controllo del respiro, con l’obiettivo di integrare psiche e fisico, incrementare la stabilità, dissipare le tensioni e stimolare il vigore interiore. Tutte belle cose, che io sto sperimentando.
Mi mancava giusto questo. Sì, propio il Tai Chi mi mancava.
E sono qui, alle sette del mattino, in riva al Tirreno, tra lo sciabordio del mare e gli stridii dei gabbiani, a fare la sequenza di posizioni e gesti che in questi mesi ho cercato di imparare e che hanno tutti dei nomi seriamente divertenti. Tra un Bao Qiu (quella posizione in cui le mani afferrano una palla immaginaria) e altre decine di movimenti di braccia, anche e gambe di cui non ricordo quegli accidenti di nomi, mi avventuro nell’esecuzione della successione di colpi di attacco e di difesa.

Così almeno ci ha spiegato Davide. Che pazienza deve avere Davide, che calma conserva con un gruppo di anziani la cui memoria è quella di un criceto, che dopo che hai fatto decine di volte quel gesto, c’è ancora qualcuno che chiede: scusa Davide, ma dopo questo qui cos’è che viene? Povero maestro, e che serenità interiore deve avere. La sera, quando torno a casa, mi metto lì, tra il divano e i mobili della sala, e cerco di rifarli prima che la memoria della mattina venga resettata al calar del buio. Non l’ho detto a nessuno, ma a volte mi filmo con il cellulare, e tutte le volte la sequenza è diversa dalla precedente, eppure mi sembrava di saperla, di averla fatta mia, di padroneggiarla. Eh niente. Aspettiamo il mercoledì successivo per fare un ripasso e amen.
Intanto sono qui, dicevo, con gli spruzzini delle onde che si infrangono su questi quattro scogli artificiali ai piedi della Stella un hotel anni 70 sulla costa occidentale dell’Isola d’Elba. Muovo mani, braccia, gambe e coordino il respiro, uno inspiro, due espiro, uno butto dentro, due butto fuori. Quello mi riesce bene.

La gettata di cemento sotto i piedi è irregolare e non facilita l’equilibrio nella camminata laterale, ma tant’è. Spero non mi veda nessuno, alle sette del mattino forse giusto i gabbiani sono in giro a perlustrare alberghi con la colazione in terrazza: magari al pennuto scappa un furto maldestro di un toast o una brioche lasciata senza vigilanza mentre il legittimo proprietario è tornato al buffet per riempire il bicchiere di ACE multivitaminico.
Spero non mi veda nessuno, o quanto meno che non mi veda un cinese (noi pensiamo che tutti i cinesi pratichino Tai Chi ma temo non sia così) o un maestro di arti marziali, più che altro per non farli stare male: è come per noi italiani la pizza con l’ananas. Penso che ogni etnia abbia i propri movimenti assorbiti nei cromosomi, tipo i keniani nella corsa o i norvegesi nello sci di fondo. Mi viene in mente quella volta che sul lago di Weissensee mentre facevo una gara di 100 km di pattinaggio sul ghiaccio, unico italiano in mezzo a 5.000 olandesi, un arancione mi ha detto: “Beh non pattini male per essere italiano”. Tipo che se mi avesse pugnalato mi avrebbe fatto meno male.
Davide dice di ripetere i singoli movimenti, ripeterli e acquisirli, e una volta fatti decine di volte, dovremmo assorbirli e concatenarli, cosicché tutto diventi naturale. Ho capito che la fluidità è il segreto del Tai Chi, ma prima di arrivare lì devi aver fatto centinaia di volte quel gesto. Un po’ come metti la cera, togli la cera. Ricordate? Io ci ridevo su ma è proprio come in The Karate Kid: quel movimento lo devi ripetere all’infinito così che diventi parte di te. Penso sia come camminare: non è che per spostarti tutte le volte devi pensare ok adesso gamba destra e poi gamba sinistra, e poi ancora gamba destra, e poi sinistra …e adesso che faccio? ah sì giusto gamba destra. Ecco, penso che metti la cera togli la cera rappresenti il principio filosofico dell’apprendimento, per buona pace di Socrate, Platone e tutta quella compagnia lì.
Mi concentro su un punto nell’infinito, e col mare che ribolle davanti a me sembra piuttosto complicato. Quando respiro l’intensità dell’acqua salata conquista le narici, sento tutta la salsedine andar su per il naso, e intanto le braccia spingono e tirano, le mani accarezzano e colpiscono, il busto accoglie e respinge. Del Tai Chi mi piace questo incontro tra gli opposti, tra i cerchi che si disegnano con le mani, Yin e Yang, circoli che non vedo ma che immagino siano lì. È una questione di armonia, e lo capisco quando Davide ci mostra le sequenze, e ci lascia lì, inebetiti, un po’ a bocca aperta, un po’ stupiti di come tutto questo sia fottutamente affascinante.All’età che ho raggiunto ho capito di essere attratto dall’idea della disciplina, del rispetto della sequenza che porta a un risultato finale che ancora non conosco ma so che prima o poi si paleserà: un po’ come quando da bambino cercavi di imparare ad andare in bicicletta, qualche caduta, ginocchia e gomiti sbucciati e poi un giorno, come per magia, taac ecco che pedali stando in equilibrio, facendo le curve e tirando i freni quando vuoi fermarti. Da quel momento in poi sei un ciclista. Oddio, meglio dire uno che va in bici. Poi ciclista lo diventerai.
E io con il Tai Chi sono lì, in quella fase embrionale in cui uno cerca di spostare il baricentro del corpo per stare in equilibrio con l’unica certezza che ha potuto imparare: mettere la cera e togliere la cera, senza mai mollare la palla dalle mani.


Commenti recenti